ICAR 2026: Intervista al dottor Antonio Di Biagio

Antonio Di BiagioAnche quest’anno il dottor Antonio Di Biagio, infettivologo del San Martino di Genova, ci aiuta ad esplorare il panorama dei lavori presentati nell'ambito di ICAR 2026 illlustrarndocene le principali direttrici. E' stato lui infatti a coordinare tutto il lavoro di selezione degli abstract pervenuti. 

Dottor Di Biagio, i lavori presentanti nel corso di ICAR 2026 sono stati, oltre 400, moltissimi, segno della vitalità della ricerca italiana. Si diceva durante i lavori che si tratta di una ricerca scientifica di qualità, nonostante la bassa disponibilità di risorse pubbliche. Lei cosa ne pensa?

Sì, anche quest’anno il contributo dei ricercatori e delle associazioni è stato davvero notevole. Questa fa pensare da una parte che ci sia ancora voglia di lavorare sull’HIV da parte dei giovani ricercatori, cosa non scontata visto che oggi ci sono altre sfere più attrattive. Invece lavorare su HIV resta importante perché comporta un lavoro con le persone, richiede dialogo e capacità di ascolto, ha forti implicazioni sociali e, dunque, continua a riservare tanti spunti e terreni di ricerca.

In effetti, c’è stata molta attenzione a tematiche scientifiche che però sono strettamente correlate alla vita delle persone.

Esatto: Long acting e invecchiamento in HIV su tutte. Sulla long acting iniettiva sono state organizzate ben tre sessioni. Ricordo che le sessioni si decidono qui ad ICAR in base agli abstract arrivati, quindi vuol dire che c’è davvero grandissima attenzione a questa nuova risorsa. Gli studi sulla Long acting, sia terapeutica, sia preventiva (PrEP) hanno fatto davvero la parte del leone. Le long acting stanno un po' cambiando i paradigmi, nel caso di quella terapeutica la relazione medico-paziente implica rapporti più stretti, di dialogo, di confronto e stimola molto la ricerca.

Diceva nella sua relazione che la modalità Long acting garantisce un maggior coinvolgimento dei clinici nel garantire l’aderenza ad una terapia. In che modo questo avviene?

Il punto è proprio questo. Per anni ci siamo affidati al rapporto di fiducia con le persone che abbiamo in cura rispetto, alla corretta assunzione orale delle terapie ART, fiducia ben ripagata nella quasi totalità dei casi: le coorti italiane, infatti, dimostrano che siamo ben oltre il 90% di successo virologico e questo dimostra anche altissimi livelli di responsabilità da parte delle persone con HIV. Con la Long acting, tuttavia, il medico è sicuro al 100% che la terapia sia seguita. Non si tratta di paternalismo ma, di certo, si può stare più vicini ai gruppi e alle persone che finora hanno mostrato problemi di aderenza.

Diceva in apertura il suo collega danese Søgaard: “Una cura per l’HIV non c’è ma si continua a studiare tanto e alcuni risultati ci fanno capire che, prima o poi, l’HIV si potrà curare”. Esiste ancora il tema: "cura definitiva”?

E’ stata una relazione molto suggestiva e speculativa. Ci ha fatto vedere tutte le armi che abbiamo e i modelli che si possono seguire. Parlare di cura in HIV è sempre stato, ed è ancora, complicato e prematuro, però credo che si possano cominciare a seguire uno o due modelli; gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione possono davvero aiutarci a trovare la via giusta.

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