ICAR 2026: l'intervento di LILA Milano nel carcere di San Vittore, intervista a Sandra Curridori e Sabrina Penon

Carcere San VittoreSabrina Penon e Sandra Curridori, di Fondazione LILA Milano, illustrano in questa intervista come si svolge l’intervento di prevenzione e screening nel carcere di San Vittore, un'iniziativa che dura ormai da trent'anni,coordinata da Sandra Curridori, e tra le poche nel suo genere. L'intervento è stato oggetto della loro relazione a ICAR 2026. 

Sandra e Sabrina, ci raccontate questa esperienza?

Diciamo subito che la relazione riporta i dati relativi al 2025 ma LILA Milano opera nel carcere di San Vittore dal 1992 e siamo divenuti ormai una presenza costante e un riferimento per molte persone detenute. Più nel dettaglio: in ciascun reparto entriamo una volta a settimana per fare le attività di sensibilizzazione. Normalmente interveniamo sulle persone che al momento dell’ingresso in carcere non hanno aderito alla proposta della Direzione di eseguire i test per HIV, epatiti e IST; si tratta di incontri con gruppi piccoli, non più di 9 o dieci persone, questo anche per evitare problemi di lingua perché ci sono molte persone straniere e poi diventa complesso fare le traduzioni. Spesso sono gli stessi detenuti ad aiutarci a tradurre per gli altri.

E in quanti reparti operate?

In tutto noi entriamo per tre volte la settimana. I reparti maschili, che sono quattro, sono coperti tutti a rotazione. Un altro ingresso è riservato al femminile e con le donne si lavora su tutti i temi della salute sessuale, con particolare attenzione all’HPV e sui problemi di salute che le donne ritengono per loro più urgenti. Poi c’è il reparto dei giovani adulti che arrivano dagli istituti minorili, tipo il Beccaria. Anche lì è interessante perché i giovani rivelano tutto l’interesse che si ha normalmente per queste tematiche a quell’età e con molto meno imbarazzo degli adulti. Infine un altro giorno è riservato a un laboratorio di scrittura.

Ci parlate di questo laboratorio di scrittura? Come è organizzato? Chi lo frequenta?

Il laboratorio di scrittura è finalizzato a comporre un periodico “Facce e Maschere” che esce dal 1997, uno o due volte l’anno, in base ai finanziamenti che riusciamo a trovare. Il materiale è tutto prodotto dalle persone detenute che partecipano al laboratorio. A coordinarlo, da sempre, è Sandra Curridori che si occupa di raccogliere e selezionare gli articoli, della stampa, dei finanziamenti. A partecipare sono persone diverse ma le donne amano molto scrivere e dedicano i loro articoli soprattutto ai temi delle relazioni familiari, dei figli, dei legami affettivi.

Possiamo dire, quindi, che il vostro intervento non si ferma al test?

In effetti, il nostro è un intervento a 360 gradi in cui cerchiamo di usare tutte le leve e lo spazio disponibili per portare supporto a tanti livelli; in carcere anche le cose che possono sembrare più piccole diventano enormi per chi le riceve. L’igiene personale in carcere ad esempio è davvero un problema e così organizziamo raccolte di saponette, shampoo, spazzolini, penne e poi portiamo tutto dentro. Non si ha idea di quanto possano mancare queste cose in carcere.   

Tornando agli interventi sulla salute, come accolgono le persone la sensibilizzazione su HIV, epatiti e la proposta di test?

Ciò che apprezzano di più è proprio che questi temi costituiscano un'occasione d’incontro, il fatto che qualcuno sia lì per loro. Apprezzano la disponibilità ad ascoltare e a dare spazio alle cose di cui hanno voglia di parlare; spesso facciamo da ponte tra le esigenze di salute di chi è in carcere e la direzione sanitaria, esigenze complessive, non solo legate al tema infezioni. Noi, naturalmente, non abbiamo nessun problema a svolgere questo ruolo essendo il rapporto con la direzione sanitaria costante e continuo.

Dopo aver rifiutato i test all’ingresso cosa succede di solito dopo il vostro intervento?

Il primo risultato importante è che si sentono molto rassicurati dalle nostre modalità perché sanno che in caso di positività decideremo con loro come procedere e se segnalare o meno l'esito alla Direzione Sanitaria.

E di norma cosa decidono di fare?

Normalmente non oppongono più problemi perché noi davvero spieghiamo tutto. Di solito siamo in una stanza ci sediamo intorno ad un tavolo, il tutto diventa una chiacchierata tranquilla che li mette davvero a loro agio.  Spieghiamo che, se anche qualcuno risultasse positivo a queste infezioni, le cure sarebbero  sostenute dal SSN e garantite anche alle persone straniere, facciamo capire che siamo lì per loro e che il nostro ruolo non è quello dei poliziotti, ribadiamo che sarebbe una libera scelta decidere segnalare o meno eventuali infezioni. Capita di rado ma c’è anche qualcuno che partecipa attivamente, si informa e poi decide di non fare il test. La nostra risposta il tal caso è: “Va bene non fare il test”, l’importante sarà intanto aver informato comunque la persona.

Le eventuali cure poi le ricevono in maniera tempestiva?

 Sì, e poi, visto che in carcere si fa sesso e tutti lo sanno, c’è anche la possibilità di ottenere la PrEP, soprattutto nel reparto delle persone protette, le persone trans o persone che sono state esposte a violenze sessuali. Una particolarità: le persone trans e le donne ammettono di aver fatto sesso in carcere mentre gli uomini eterosessuali hanno decisamente più problemi.

Succede che una volta uscite del carcere le persone con cui avete lavorato vi cerchino?

Capita spessissimo, con alcuni e alcune si è instaurato addirittura un rapporto di amicizia.

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