Ilenia Pennini, responsabile salute di Arcigay, ha ricoperto in questa edizione la carica di Copresidente di ICAR 2026, espressione delle communities. Con Lei abbiamo fatto il punto sui temi e i contributi portati dalle communities al convegno e su alcune criticità; tra queste le difficoltà riscontrate nel raggiungere le donne eterosessuali con programmi di prevenzione e screening dell'HIV, a partire dalla PrEP.
Ilenia, in questo convegno, dal punto di vista della communities, quali focus sono stati emergenti?
Parto da una considerazione più generale: devo dire che in questa edizione di ICAR, più che negli anni passati, la community era presente un po' in ogni ambito e ha preso parola anche in contesti molto più vicini a quelli clinici e scientifici. Nello specifico, secondo me, abbiamo posto una particolare attenzione al tema della salute mentale che è stato anche il tema di un panel precongressuale, e poi un lavoro molto bello sulle popolazioni minorizzate. Questo poi è un congresso scientifico abstract-driven e dobbiamo dire che molti abstract hanno lavorato su coorti specifiche che hanno permesso di fare ragionamenti sulla PrEP, anche collaterali alla pratica clinica. Abbiamo visto molti esperti e clinici utilizzare al meglio dati provenienti dal lavoro delle communities, c’è stata più contaminazione, c’è stata molta co-progettazione. Ed io sono convinta che questo sia il futuro della ricerca. Se davvero dobbiamo dare più valore ai determinanti sociali della salute, non possiamo che farlo in modo sinergico, leggendo insieme dati diversi. A questo proposito molto importante è stato anche il lavoro fatto sul tema dell’ageing, dell’invecchiamento. Ecco questi sono temi sui quali o si lavora insieme o si va poco avanti. Il tema dell’ageing non è solo da trattare come tema clinico in sé; se non si parte da come stanno le persone, al di là della loro condizione clinica, ci perdiamo dei pezzi importanti. Altra cosa che mi è molto piaciuta è stata l’aver rimesso al centro l’impatto che ha avuto il trauma collettivo HIV/AIDS sul minority stress. E’un tema che è emerso nei lavori sulla salute mentale e negli interventi iniziali con il passaggio di testimone tra Filippo Von Shloesser e Salvio Cecere nell’opening. Era centrale anche per noi rifocalizzare, tornare a ragionare su come quel trauma collettivo poi passi di generazione in generazione, segno che dobbiamo ancora lavorarci su.
Perché ragazzi di vent’anni hanno nell’immaginario ancora l’alone viola?
C’è una narrazione collettiva che sopravvive, ci troviamo sempre più immersi in una comunicazione globale che questo trauma continua a trasmetterlo, un flusso in cui trovi tutto e il contrario di tutto.
Si percepisce dalle relazioni una maggiore difficoltà nel lavorare con le scuole. E’ il clima politico?
In parte, è anche perchè EduforIST, che ci permetteva dei focus importanti, è terminato; ma di sicuro, è come se le iniziative del ministro Valditara fossero già in atto. Nelle scuole si avverte timore, su dirigenti, inseganti e studenti pende ormai sempre la spada di Damocle di attacchi dall’esterno. Abbiamo condotto una formazione in una scuola media settimane fa. Non era educazione sessuale ma un intervento di educazione all’affettività e al consenso, di contrasto al bullismo; non si parlava nemmeno di IST. La scuola era stata disponibile e collaborativa e stava andando tutto bene quando Pro-vita ha deciso di scrivere ai giornali facendo un attacco durissimo perché un genitore aveva protestato. Fortunatamente la scuola e il contesto politico locale hanno manifestato un supporto molto forte all’iniziativa, siamo intervenuti pubblicamente per spiegare il senso dell’iniziativa, però ecco: ci si ritrova in allerta costante e ci si deve appellare alla caparbietà di insegnanti e politici locali. Quello che succede all’esterno torna anche in questa occasione. Qui a ICAR portiamo molti dati e molte esperienze innovative, riportiamo dei temi importanti al centro della riflessione ma la vera sfida, come diceva Salvio Cecere nell’opening, è anche: come facciamo quel passo in più nella società?
Altro tema, evocato diverse volte nel corso dei lavori, è quello di una certa distanza o assenza delle donne rispetto a questioni in cui ci si aspetterebbe di vederle protagoniste, la PrEP ad esempio. Le donne non la conoscono, non la utilizzano, non ne parlano. Che riflessioni puoi fare in merito?
Probabilmente l’offerta della PrEP dovrebbe essere avanzata nei luoghi e nelle occasioni in cui si offre la contraccezione, ovviamente per i casi per cui la PrEP possa essere utile. Siamo un po' in un paradosso: da un lato, il fatto che la PrEP venga offerta solo nel contesto infettivologico ne sta limitando la raggiungibilità da parte di ampi gruppi di popolazione; dall’altro lato però, non stiamo riuscendo ad uscire da una narrazione, molto sessuofobica, per cui non proviamo a proporre la PrEP mentre proponiamo la contraccezione. In questo c’è un limite clinico ma soprattutto sociale e culturale. Siamo in parte riusciti a superare lo stigma su chi, per periodi più o meno lunghi della propria vita non vuole avere figli, pur restando un pregiudizio su chi decide di non averli mai. Non riusciamo, però, a sdoganare il fatto che, nell’esercizio di una libera sessualità, sia corretto proporre anche la PrEP; eppure anche la contraccezione si propone a chi ha più partner. Poi ogni donna decide, ma questo aspetto non si riesce a de-stigmatizzare. Tra gli utilizzatori della PrEP un’altissima percentuale sono uomini che fanno sesso con uomini ma su quello stigma ci abbiamo lavorato, ci si sta lavorando...
Sulla libertà sessuale delle donne, sulla loro salute sessuale invece no? I consultori non sono indietro?
Purtroppo, i consultori sono alle prese con un pesante e progressivo depotenziamento. Nell’immaginario collettivo, inoltre, quelli ormai sono i luoghi i cui si tratta la gravidanza o l’interruzione di gravidanza e non la salute sessuale nel suo complesso. Giorni fa in occasione di una formazione con operatrici di consultori, ho capito che sono talmente prese dai servizi per l’interruzione gravidanza, peraltro sempre più difficili, che faticano molto ad uscire da quell’immaginario unico. Magari conoscono la PrEP ma non sempre sono preparate a parlarne, e se non sai affrontare il tema PrEP nella complessità di un counselling, quel counselling non lo farai mai. Quindi sì, c’è ancora tanto lavoro da fare in termini di formazione. Servirebbero formazioni mirate e servizio-specifiche. Dobbiamo fare come comunità un ragionamento su che tipo di formazione fare, su quali focus e su come andare a proporli.
Ritieni che sul focus donne, dovremmo ragionare di più come communities?
Dobbiamo cominciare a ragionarci ma sarebbe importante interagire con associazioni e realtà femministe con cui non abbiamo mai interagito in merito a questi temi in maniera approfondita.
Non ti sembra che il femminismo sia distante su questi temi?
Non farei questa generalizzazione perché invece le realtà sono tante e diverse. Quello che è mancato è stato il lavoro con quelle realtà femministe che lavorano principalmente sulle donne eteronormate e sugli aspetti, anche meno studiati della salute delle donne, sulla genitalità, su temi come l’endometriosi: queste realtà, però, non le abbiamo mai coinvolte nel contrasto a HIV e IST. Ci siamo esposte tanto per promuovere la PrEP ben prima che arrivasse in Italia, ma con queste realtà non abbiamo costruito nessuna occasione di confronto. Loro non hanno ancora intercettato questi temi ed è un pezzo che manca; è una parte di emancipazione di cui avremmo bisogno rispetto alla sessualità che necessita ancora di essere conosciuto, pensato, elaborato. In generale sarebbe prezioso riagganciare un dialogo tra movimenti.
Non ti sembra strano, visto che i movimenti femministi hanno insegnato, pensato e aperto autostrade su temi come la liberazione sessuale, la contraccezione, la salute sessuale?
E qui ti chiedi: dove sta agendo lo stigma? Non è che stiamo perdendo quella parte perché c’è un pezzo di stigma che non abbiamo ancora messo al centro del dibattito pubblico?
Riflessione finale molto interessante! Ilenia, proprio in ultimo, ti chiedo: come hai vissuto personalmente questa esperienza della Presidenza di ICAR?
Sono molto soddisfatta. Non è stato facile perché ICAR richiede un’organizzazione molto complessa (basta solo guardare il programma) e vederla da dentro te ne far rendere conto ancora di più. Mi sono sentita però molto supportata dall’area tecnica e ho sentito di poter orientare certe decisioni portando la voce della community, talvolta anche in maniera agguerrita. Quando poi tutto è iniziato e ho visto che le cose funzionavano, mi sono rilassata e me lo sono proprio gustato questo convegno; non era un fatto scontato.
