Il Summit ONU sull'HIV/AIDS conferma l’impegno per porre fine all'AIDS entro il 2030 ma in un clima di forti divisioni. Gli USA si sfilano. Dura dichiarazione delle ONG, tra cui la LILA.

Voto ONULa riunione ad alto livello delle Nazioni Unite sull’HIV/AIDS (HLM), svoltasi a New York il 22 e 23 giugno si è conclusa riconfermando l’impegno della comunità internazionale a porre fine all’AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030 e assumendo gli obiettivi contenuti nella nuova Strategia Globale contro l'AIDS 2026-2031 messa a punto da UNAIDS e da altre agenzie internazionali. 

Il programma ONU sull’HIV AIDS sottolinea, in un comunicato,  l’importanza della decisione: “Il risultato giunge al termine di settimane di negoziati con tutti gli Stati membri e di impegno con le comunità, la società civile, i partner e dimostra che, anche in un contesto caratterizzato da una riduzione dei finanziamenti internazionali e del multilateralismo, i Paesi continuano a riconoscere l'urgenza di consolidare i progressi nella lotta contro l'HIV”. Si tratta di una dichiarazione che, pur salvando il risultato finale, non può nascondere le crepe emerse durante il summit, forti divisioni che riflettono l’arretramento culturale e politico sui temi della tutela dei diritti umani, della lotta alle disuguaglianze, dell'attenzione prioritaria a tutte le Key population. Il contesto è quello di una preoccupante crisi del multilateralismo e della solidarietà internazionale, a partire dai tagli alla cooperazione operati dall’amministrazione Trump. L’ondata repressiva che un numero crescente di paesi sta mettendo in atto verso la libertà delle donne, verso le comunità LGBTQIA+, verso i migranti, verso lə sex workers, verso coloro che consumano sostanze, verso le persone detenute, non poteva non far sentire i suoi effetti. La dichiarazione politica sull’HIV AIDS, per la prima volta, non ha ottenuto l’unanimità ed è stata approvata a maggioranza, sia pure una larghissima maggioranza: 149 i paesi favorevoli, 14 gli astenuti, tra questi nove paesi del Medioriente e del Golfo, mentre altri 8 paesi hanno votato contro. Tra questi, due stati membri del calibro di USA e Russia, seguiti da Israele, Burkina Faso, Burundi, Corea del Nord, Niger e Senegal.

Gli Stati Uniti, tramite l’ambasciatrice Tammy Bruce, hanno accusato i sostenitori della Dichiarazione finale di aver perso di vista il focus scientifico degli obiettivi ONU, a partire dal 95-95-95, dando spazio a tematiche divisive non connesse con il contrasto medico e clinico all’HIV/AIDS.  Il riferimento è al riconoscimento dei diritti di genere e a quelli delle popolazioni-chiave, tutte istanze avversate fin da subito dall’amministrazione Trump. Gli USA si sono, inoltre, dichiarati contrari al punto della dichiarazione finale che promuove l’accesso a farmaci e nuove tecnologie mediche, tramite il “trasferimento tecnologico” alle produzioni locali e afferma la necessità di flessibilità da parte del WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio, sulle licenze obbligatorie. In particolare, il testo finale elimina la clausola del trasferimento delle tecnologie “su base volontaria”. In ballo c’è, ancora una volta, la richiesta dei paesi a basso e medio reddito di poter produrre in proprio i farmaci ART per abbassarne i costi, aggirando la barriera dei brevetti detenuti dalle grandi multinazionali del farmaco. La Russia ha invece accusato l'ONU di voler interferire negli affari interni degli Stati membri attraverso l'imposizione di linee guida sanitarie non condivise. Gran parte delle disposizioni del documento finale è stata definita da Mosca “inaccettabile”. L’accusa principale è di propagandare teorie e linguaggi sull’identità di genere, giudicate contrarie ai valori tradizionali e della famiglia su cui si baserebbe l’identità della Federazione Russa. Mosca si oppone fermamente, inoltre, a tutti i programmi di Riduzione del Danno difendendo le proprie politiche, basate sulla criminalizzazione delle persone che usano droghe. L’Unione Europea ha votato a favore esprimendo però, nel contempo, critiche rivelatrici delle divisioni in campo. Nel suo intervento il rappresentante di Cipro, che ha la presidenza di turno della Ue, ha affermato senza mezzi termini: L'approccio basato sui diritti umani è stato complessivamente indebolito in un modo per noi inaccettabile. Per porre fine all'HIV/AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030, un approccio realmente efficace deve porre al centro le persone più vulnerabili, promuovendo al contempo i diritti umani e l'uguaglianza di genere e contrastando lo stigma e la discriminazione: è fondamentale concentrarsi sulle popolazioni chiave, sulle ragazze adolescenti e le giovani donne e sulle comunità in generale. Cogliamo inoltre l'occasione –ha sostenuto ancora la rappresentanza UE- per riconoscere il ruolo della società civile e delle organizzazioni di comunità nella lotta contro l'HIV/AIDS, che spesso si trovano in prima linea”. Per il rappresentante di Bruxelles nel testo sono presenti criticità che ne limiteranno l’impatto. La Ue si è però allineata agli Stati Uniti nella forte critica all’allentamento delle barriere sui brevetti.

In fermento anche communities, ONG e società civile. Decine di organizzazioni, tra cui la LILA, hanno sottoscritto un documento: “The People’s declaration on HIV and AIDS” che denuncia  l’indebolimento, rispetto alla dichiarazione del 2021, del piano dei diritti umani, della lotta alle disuguaglianze e dell’attenzione alle comunità più vulnerabili. Secondo le ONG, inoltre, il documento non affronta il dramma provocato dal drastico taglio degli aiuti internazionali ribaltandone le responsabilità sui paesi più poveri. Preoccupazione per la conferma del disimpegno USA è stata espressa anche da Medici Senza  Frontiere.

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https://www.who.int/news/item/24-06-2026-united-to-end-aids--new-political-declaration-launches-final-push-to-accelerate-progress-owards-ending-aids-as-a-public-health-threat-by-2030

https://healthpolicy-watch.news/us-russia-oppose-un-political-declaration-on-hiv/

https://avac.org/blog/global-health-watch-issue74/

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