Una variante più virulenta dell’HIV rilevata in Olanda. UNAIDS: “Nessun allarme, le terapie funzionano ma serve incrementarne l’accesso”.

RicercaScoperta da un gruppo di scienziati dell’Università di Oxforduna nuova variante più aggressiva e trasmissibile del virus HIV, denominata VB (sottotipo virulento B), che circola, soprattutto in Olanda, dal almeno una trentina d’anni. Lo studio, pubblicato su Science lo scorso 3 febbraio  A highly virulent variant of HIV-1 circulating in the Netherlands”, chiarisce subito che si tratta di una scoperta che non deve suscitare allarme

La variante, infatti, non implica nessuna differenza riguardo alle modalità di trasmissione del virus e non inibisce, in chi ne è portatore, il successo delle terapie antiretrovirali.  La maggior parte dell'evoluzione che ha dato origine alla variante VB si è verificata prima del 1992, prima, dunque, che fossero disponibili dei trattamenti efficaci.  Non a caso, dal 2010, VB appare in declino, probabilmente anche grazie alle avanzate politiche di controllo e trattamento del virus attuate dalle autorità sanitarie olandesi. Lo studio deve così costituire, piuttosto, uno stimolo per le politiche sanitarie nazionali affinché si incrementi l’accesso tempestivo al test per l’HIV e, dunque,  alle terapie. 

La scoperta è arrivata dall’esame dei dati provenienti da un’ampia corte europea. La variante VB è stata inizialmente identificata in diciassette persone con HIV che avevano mostrato una progressione insolitamente rapida verso lo stato di AIDS. Quindici di queste persone provenivano dai Paesi Bassi, così il team di studio, guidato dal Professor Chris Wymant, ha deciso di estendere l’indagine ad altre 6700 PLWHIV della stessa nazionalità, individuando altre novantadue persone portatrici di questa variante.  Tra tutte le 109 persone affette da VB rintracciate, solo quattro si trovavano fuori dall’Olanda. La maggior parte erano uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini, simili per età alla media generale delle persone con HIV.

 Dai dati emerge che VB determina una carica virale maggiore, tra le tre volte e mezzo e le cinque volte e mezzo, rispetto a quella del virus HIV-1 (il più diffuso) ed è due volte più veloce nell’indebolire il sistema immunitario, accelerando così  il decorso verso l’AIDS.  Nello specifico, gli studiosi hanno calcolato che, senza trattamenti antiretrovirali, le persone con HIV/VB avrebbero potuto raggiungere la pericolosa soglia dei 350 CD4 (condizione che precede di poco l’AIDS) in soli nove mesi dall’infezione, rispetto ai tre anni, in media, degli altri pazienti con HIV. 

Questi risultati -ha sottolineato in un comunicato stampa l'epidemiologo Christopher Fraser, coautore dello studio- evidenziano l'importanza di un accesso regolare ai test per le persone a rischio di contrarre l'HIV, al fine di consentire una diagnosi precoce, seguita dall’avvio immediato dei  trattamenti antiretrovirali “.

Come accade per tutti i virus, anche l’HIV ha evidenziato nel corso del tempo numerose varianti, elemento questo che, per lo più non ha nessuna conseguenza; ma la variante scoperta ha più di cinquecento mutazioni e a queste modifiche si deve il diverso comportamento del virus quanto a virulenza e trasmissibilità. Il perché è ancora oggetto di studio. Questa scoperta impone di osservare l’evoluzione clinica dell’infezione in modo diverso:  “Non è raro trovare nuove varianti del virus HIV –ha spiegato  all’agenzia ANSA Stefano Vella, docente di Salute Globale all’Università Cattolica di Roma e neo presidente della nuova Commissione nazionale Aids del Ministero della Salute- la novità è che finora  si dava per scontato che la progressione più veloce dipendesse dalla variabilità individuale del singolo paziente, invece questo studio dimostra che può essere dovuta a una variante virale più aggressiva».

Nei giorni scorsi una nota di UNAIDS ha voluto richiamare gli stati membri sull’importanza che questa scoperta può e deve avere per le politiche sanitarie di risposta all’HIV.

“Questa variante recentemente identificata non rappresenta una grave minaccia per la salute pubblica, ma rileva l'urgenza di accelerare gli sforzi per fermare la pandemia di HIV , afferma UNAIDS in una nota. Eamonn Murphy, Vicedirettore esecutivo del programma UNAIDS ha aggiunto: Dieci milioni di persone che convivono con l'HIV in tutto il mondo non sono ancora in cura, alimentando la continua diffusione del virus e creando le premesse per lo sviluppo di ulteriori varianti. Dobbiamo urgentemente distribuire cure mediche all'avanguardia che raggiungano le comunità più bisognose.  Che si tratti del trattamento dell'HIV o dei vaccini COVID-19, le disuguaglianze nell'accesso stanno perpetuando le pandemie in modi che danneggiano tutti noi".

Come ricorda UNAIDS, l'HIV rimane la pandemia con la più alta mortalità del nostro tempo: la stima è che finora il virus abbia colpito globalmente almeno settantanove milioni di persone provocando circa trentasei milioni di morti. Nel mondo, le persone che vivono con HIV sono oggi circa trentanove milioni, di cui, come si diceva, oltre un quarto escluso dall’accesso a quelle terapie che permetterebbero loro di vivere al lungo e in salute.  Le nuove diagnosi nel 2020 sono state un milione e mezzo, infezioni che si sarebbero potute evitare con programmi efficaci di prevenzione.  Per l’HIV non esistono finora né cure definitive né vaccino. Anche alla luce dello studio britannico è sempre più importante agire sulla prevenzione, ampliare il ricorso al test e assicurare un accesso precoce alle terapie che, lo ricordiamo, nella stragrande maggioranza dei casi, rendono l’HIV non trasmissibile (U=U). Ciò implica interrompere la trasmissione del virus, in misura tanto maggiore, quanto maggiore è il numero di persone con HIV che accedono alle terapie antiretrovirali. UNAIDS, la scorsa estate, ha aggiornato i target necessari a raggiungere l’obiettivo della sconfitta dell’AIDS entro il 2030, previsto dall’Agenda per uno Sviluppo Sostenibile (SDG).  Ne ricordiamo i principali, anche a beneficio dell’Italia, dove le politiche di risposta all’HIV stanno subendo una rischiosa battuta d’arresto:

  • Portare il numero di nuove infezioni dal milione e 700mila registrato nel 2019 a 370mila nel 2025.
  • Portare i decessi collegati all’ AIDS dai 690mila del 2019 a 250mila nel 2025.
  • Sempre entro il 2025, rendere consapevoli del proprio stato sierologico il 95% delle persone con HIV e assicurare al 95% di chi si scopre positivo al virus un pieno accesso ai trattamenti. Far sì che il 95% di chi è in trattamento raggiunga la soppressione virologica e dunque una condizione di non-infettività.

Per saperne di più leggi anche:

https://www.lila.it/it/news/1478-hlm-aids-onu-2021

https://www.lila.it/it/lilanews/1468-unaids-obiettivi2025-hlm-onu-giugno

https://www.lila.it/it/documentazione/131-mondo/1457-unaids-global2021

 

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