EACS 2021 - Secondo Bollettino

EACS2021logoLILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della XVIII Conferenza Europea sull'AIDS (EACS 2021), che si terrà in modalità virtuale ed a Londra, Regno Unito, dal 27 al 30 ottobre 2021.

 

SECONDO BOLLETTINO

 

La disomogenea copertura della vaccinazione anti-COVID-19 nelle persone con HIV in Europa centro-orientale

Non in tutti i paesi dell’Europa centro-orientale si sta dando priorità alle persone con HIV per il vaccino anti-COVID-19 e i tassi di vaccinazione in questa popolazione vulnerabile rimangono bassi in alcuni paesi, ha riferito alla conferenza il dott. David Jilich della Charles University di Praga.

Le informazioni raccolte riguardano 22 paesi di Europa centro-orientale, area baltica e balcanica, il Caucaso e la Turchia.

Solo in otto dei 22 paesi considerati è stata data priorità per la vaccinazione alle persone con HIV, e soltanto in tre paesi su 22 sono state elaborate linee guida specifiche per questo gruppo di popolazione. Soltanto in 12 paesi la campagna vaccinale è iniziata entro metà marzo 2021, con ritardi negli altri paesi dovuti alle difficoltà incontrate nell’ottenere le forniture di vaccino e nel completare le procedure di registrazione.

A settembre 2021, paesi come la Grecia e la Repubblica Ceca avevano vaccinato l'85-90% delle persone con HIV, ma in Estonia, Ungheria e Bulgaria non si arrivava al 50% – dato che in parte riflette la copertura vaccinale molto più bassa della popolazione generale in alcuni di questi paesi.

I risultati evidenziano la necessità di condurre ulteriori studi su COVID-19 e vaccinazione nelle persone con HIV in un’ampia gamma di contesti, per approfondire le eventuali implicazioni di queste variazioni e di queste evidenti disparità di accesso.

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Svizzera, il 50% delle madri con HIV sceglie l’allattamento al seno

Le linee guida svizzere sull'HIV sono state riviste nel 2019 introducendo l’indicazione di offrire alle madri con HIV un colloquio per spiegare rischi e benefici dell'allattamento al seno e dell'allattamento artificiale, in modo che possano scegliere – a condizione che abbiano una carica virale non rilevabile – la modalità con cui preferiscono alimentare il proprio bambino.

Le future madri partecipano a un incontro con un gruppo multidisciplinare di esperti (ostetrici, ginecologi, specialisti nel trattamento dell’HIV e dell’HIV pediatrico) in cui viene spiegato loro quali sono le possibilità di trasmissione e come evitarle. Per le madri che optano per l'allattamento al seno si procede a un monitoraggio intensificato della carica virale, e i loro figli vengono sottoposti al test per l'HIV a intervalli più regolari.

Il dott. Pierre-Alex Crisinel dell’Ospedale Universitario di Losanna ha riferito a EACS 2021 in merito alle prime 41 madri che hanno partorito dopo che è stata introdotta questa nuova politica. Quasi la metà (20) ha deciso di allattare al seno anche a costo di sottoporsi più assiduamente al monitoraggio. Le donne che avevano contratto l’infezione da HIV da più tempo sono risultate più inclini a scegliere di allattare al seno.

Interrogate in merito al motivo, tutte hanno dichiarato di considerare il più stretto contatto fisico con il bambino e il legame che si crea con l’allattamento al seno da “importante” a “molto importante”, e tutte tranne una hanno considerato importante il fatto che l’allattamento al seno è considerata la scelta migliore per la salute del bambino. Soltanto sei di loro hanno valutato come un fattore importante le aspettative culturali che circondano l’allattamento al seno e solo due hanno dichiarato che sulla decisione ha inciso in modo importante anche la paura di rivelare il proprio status di positività all’HIV.

Sentirsi coinvolte nel processo decisionale e poter prendere questa decisione in concerto con il personale medico è stato molto apprezzato da tutte le madri, ha detto il dott. Crisinel.

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Declino della funzionalità polmonare accelerato nelle persone con HIV

La dott.ssa Rebekka Thudium dell’Università di Copenaghen ha riferito alla Conferenza che le persone con HIV che assumono una terapia antiretrovirale efficace hanno un tasso più rapido di declino della funzionalità polmonare rispetto alle persone HIV-negative.

La malattia polmonare cronica è diffusa tra le persone con HIV. A questa patologia possono contribuire sia fattori di rischio riscontrati anche nella popolazione generale che fattori di rischio HIV-correlati, e sono pochi gli studi che hanno misurato la funzionalità polmonare nelle persone con HIV nel tempo.

Lo studio presentato a EACS 2021 ha preso in considerazione 1130 persone appartenenti a due coorti di pazienti HIV-sieropositivi di Danimarca e Stati Uniti, mettendoli a confronto con un gruppo di controllo di persone HIV-negative della popolazione generale danese, abbinando i partecipanti per età e sesso.

Outcome primario era il tasso annuale di declino di un parametro noto come volume espiratorio massimo nel primo secondo (noto anche con la locuzione inglese Forced Expiratory Volume1, o FEV1), che indica il volume massimo di aria espirata nel corso del primo secondo di una espirazione forzata. In media, i partecipanti con HIV avevano un declino di 8,5 ml all'anno in più.

A parità di stato fumatore/non fumatore, è stato osservato un declino più rapido nelle persone con HIV sia che fossero fumatori attivi o ex fumatori sia che non avessero mai fumato. Tuttavia, la differenza più marcata è risultata nel gruppo di fumatori attivi con HIV, in cui è stato riscontrato un declino della funzionalità polmonare pari a 16,8 ml all'anno in più rispetto ai fumatori HIV-negativi.

Questi dati sembrano indicare che l’associazione tra infezione da HIV e declino della funzionalità polmonare sia accentuata dall’abitudine al fumo, che sembra più nociva per le persone con HIV. La funzione polmonare però declina più rapidamente anche in chi non ha mai fumato, il che fa pensare che sia coinvolto anche qualche altro meccanismo indipendente dal fumo.

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Alta partecipazione di persone trans allo studio inglese sulla PrEP

Poco più della metà di tutte le persone trans e non binarie che si sono rivolte a un centro per la salute sessuale in Inghilterra nel periodo in cui era in corso lo studio IMPACT trial ha finito per parteciparvi, ha riferito alla Conferenza il dott. Matthew Hibbert dell'Agenzia per la Sicurezza Sanitaria del Regno Unito.

IMPACT è un ampio studio inglese di implementazione della PrEP condotto tra ottobre 2017 e luglio 2020, prima che la PrEP diventasse disponibile di routine nel paese. La stragrande maggioranza dei 24.255 partecipanti erano uomini cisgender omo-e bisessuali, con un più piccolo contingente di uomini e donne cisgender eterosessuali. Attivisti e sostenitori della comunità trans si sono adoperati in concerto con gli operatori del centro specializzato in salute sessuale CliniQ di Londra per coinvolgere persone trans e non binarie.

Grazie a questi sforzi hanno partecipato a IMPACT 501 persone trans e non binarie (su 978 utenti registrati dai centri per la salute sessuale come aventi un genere diverso da quello corrispondente al loro sesso di nascita). Degli utenti che non hanno aderito allo studio, la maggior parte non è stata ritenuta a rischio di HIV sufficientemente elevato da richiedere un invio. Restano però 75 persone che sarebbero state idonee per la PrEP e a cui non è invece stata offerta.

Il più potente predittore dell’adesione alla PrEP è stato l’aver contratto un’infezione a trasmissione sessuale, o IST (ha partecipato allo studio l'84% di coloro a cui nei tre mesi precedenti era stata diagnosticata una IST di natura batterica). Il gruppo di popolazione con meno probabilità di aderire è invece risultato quello delle persone trans di età inferiore ai 25 anni o di etnia nera.

Chi abitava Londra aveva quasi il doppio delle probabilità di assumere la PrEP, a dimostrazione quanto sia importante per le persone trans poter contare su servizi specializzati dove si sentono al sicuro e sanno che le loro esigenze saranno comprese.

Tuttavia, la dimensione totale della popolazione trans e non binaria adulta in Inghilterra è stimata in circa 70.000 persone, il che indica che moltissime persone trans e non binarie ancora non vengono raggiunte dai servizi di salute sessuale.

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